Casale Corte Cerro

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Casale - Quaggione
3.60km - 810m disl - 2.30h
Casale - Alpe Hobel
4.00km - 440m disl - 1.20h
Arzo - Monte Cerano
3.70km - 1.200m disl - 3.30 h

Storia e luoghi di interesse

Le più antiche testimonianze di insediamenti umani nel territorio di Casale Corte Cerro risalgono al secondo millennio a. C. (età del bronzo). Scavi archeologici effettuati negli anni cinquanta e vari ritrovamenti occasionali hanno infatti portato alla luce nelle frazioni di Ricciano, Crebbia ed Arzo manufatti in ceramica e pietra scheggiata attribuibili a quell’epoca.
Per quanto riguarda l’età del Ferro, in assenza di documentazione archeologica proveniente dal nostro Comune, possiamo ritenere che, come nei territori vicini, anche a Casale fossero insediate popolazioni di origine celtica,probabilmente gli stessi Leponzi documentati nelle vicine necropoli di Gravellona Toce e Ornavasso.
I Leponzi, grazie allo sfruttamento delle risorse delle montagne ed al controllo dei passi alpini, svilupparono una cultura ricca ed aperta ai contatti commerciali sia con l’Italia peninsulare che con le popolazioni d’Oltralpe. Dal II secolo a. C. si fecero particolarmente intensi gli scambi con il mondo romano, fino ad arrivare all’inserimento dei nostri territori all’interno dell’Impero alla fine del I secolo a. C., con le campagne militari condotte da Augusto. A quest’epoca si assiste ad una graduale assimilazione da parte delle popolazioni locali di usi e costumi romani. Nel territorio di Casale sono emerse varie testimonianze d’età romana. In particolare ricordiamo un’epigrafe funeraria murata su un’antica casa del capoluogo, ritrovata durante lo scavo per le fondamenta di una cascina, che testimonia la presenza dei Romani in questi luoghi: “NAMMONI QUADRATI F FECERUNT MAGEIA MATER ED ALPINUS FILUIS” (la costruirono per Nammone, figlio di Quadrato, la madre Mageia ed il figlio Alpino). Si ipotizza che Nammone fosse un soldato Romano, sepolto con la sua armatura nell’anno 16 a. C.

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Imponente il complesso del Getsemani, costruito negli anni cinquanta. Voluto dal professor Luigi Gedda su progetto dell’arch. Ildo Avetta, è un vero Santuario.
Il percorso per arrivarci è un itinerario di meditazione con le “stazioni” della Via Crucis (quattordici ceramiche di don Coltellini, completamente immerse nei boschi) che, con 700 metri di strada selciata di granito rosa e grigio, porta dall’Esedra fino allo scalone d’ingresso.
Vicino alla XXIV stazione, un granitico torchio, stemma del Getsemani, sta a ricordare l’Orto del Frantoio.

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Si ha notizia dell’esistenza di una chiesa romanica fin dal 1046, sul tipo di quella di san Maurizio di Gravellona Toce.
Fu poi ingrandita nel 1352 e ampliata a più riprese nel 1609, nel 1695 e nel 1697. Divenne autonoma il 4 ottobre 1609, separandosi da Omegna; il decreto fu firmato dal vescovo Carlo Bescapé che fu a Novara dal 1593 al 1615.
Primo parroco fu Giuseppe Comola di Omegna, dal marzo 1608 al dicembre 1609. Fu consacrata il 25 di agosto del 1697 dall’allora vescovo Giovanni Battista Visconti.
In questa occasione fu conferito al parroco il titolo di Arciprete.
La sacrestia è del 1655. Nel 1552 la tozza torre campanaria fu elevata sino all’altezza attuale.

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Il Vescovo Ulpio Volpi in data 5 gennaio 1628, sottoscriveva un documento in cui si erigeva la chiesa di San Tommaso di Buglio a Parrocchia, staccandola da quella di Crusinallo.
Nell’atto si poteva anche leggere: “Gli uomini del luogo sborseranno a favore del curato quattrocento lire imperiali, una casa capace e comoda, con orto annesso, e ciascuno consegnerà allo stesso curato ogni anno una fascina di legna secca”.
Tra il 1739 e il 1742 Montebuglio fu sede di vicariato (con Agrano, Cireggio, Quarna Sotto, Quarna Sopra, Crusinallo, Gravellona Toce, Granerolo e Casale Corte Cerro).
Il primo parroco fu Giovanni dei Nobili di Crusinallo.
Buglio contava allora 362 abitanti e 65 famiglie. La nuova chiesa fu costruita intorno agli anni 1630-1640. Il campanile nell’anno 1659.